In Italia si sta diffondendo una consapevolezza sempre maggiore degli aspetti positivi del tappo a vite, chiamato anche Stelvin, si sta infatti parlando di una chiusura sostenibile, che ha tutte le carte in regola per conservare, proteggere e far evolvere il vino. Nonostante l’Italia sia un paese molto tradizionalista e romantico sulla cultura del vino e l’apertura delle bottiglie, ultimamente c’è sempre una richiesta maggiore del tappo vite, soprattutto sono i paesi esteri a richiederlo. Comodità, praticità, sostenibilità e soprattutto eliminazione del difetto di tappo sono i benefici.
È stato dimostrato scientificamente in uno studio, portato avanti a partire dal 1999 dall’AWRI, Istituto di ricerca specializzato nel vino australiano, in cui è stata analizzata l’evoluzione di un vino sigillato con 14 tipi di chiusure: 2 sugheri, 2 tecnici, 9 sintetici e un tappo a vite. L’esperimento, già dopo circa tre anni, ha portato alla luce forti correlazioni positive tra la quantità di anidride solforosa trattenuta nel vino, la freschezza dei caratteri del frutto e l’assenza di imbrunimento del colore. E in questo senso, il tappo a vite ha dimostrato prestazioni superiori alle altre chiusure, proprio riguardo ai tre parametri (ritenzione di SO2, frutto fragrante e mantenimento del colore chiaro).
Quando si parla di ossidazione del vino avviene quando la chiusura non è ermetica. Il sughero ha sì struttura elastica, ma se gode di un ambiente con la giusta umidità; in ambienti troppo secchi, o in caso di mancato contatto del vino con il tappo, quest’ultimo comincia a seccarsi, riducendo il proprio volume di quel tanto che basta a far entrare una quantità eccessiva di aria, che procede ad ossidare il vino alterandone per sempre il gusto (e per questo viene prescritto di conservare le bottiglie in posizione orizzontale). La micro ossigenazione è un bene per i vini pensati per un lungo invecchiamento, ma una dose eccessiva di aria rovinerà anche il vino migliore.
Il sentore di tappo (dovuto alla presenza nel sughero di una sostanza detta TCA o tricloroanisolo, il cui odore ricorda quello della muffa) coinvolge ancora una percentuale significativa di bottiglie, si stima una media tra 5-7%. E i fautori del tappo a vite mettono anche in evidenza l’aspetto ambientale: per realizzare tappi di sughero bisogna attingere dagli alberi e non sempre questa procedura è del tutto sostenibile, nonostante gli sforzi dei produttori di limitare il più possibile l’ingerenza sulle piante. Detto questo, si arriva all’aspetto tecnico: se infatti il tappo di alluminio difficilmente può competere con quello di sughero sotto il piano del fascino, se la cava più che bene dal punto di vista della prestazione. La sua neutralità lo rende affidabile sotto il profilo della conservazione della qualità del vino e, grazie alla tecnologia, è stato ormai superato anche quello che fino a qualche anno fa sembrava il vero limite del tappo a vite, cioè il tema dell’evoluzione del vino. All’interno della chiusura, infatti, fra la bottiglia e l’alluminio, ci sono delle membrane, i cosiddetti liner, una sorta di guarnizione interna, che permettono la micro-ossigenazione del vino, che può essere modulata a seconda delle esigenze del contenuto. Tutt’oggi la ricerca delle aziende produttrici è focalizzata sulla realizzazione di questi liner, composti da polimeri aventi struttura tale da consentire una micro ossigenazione calcolata e standardizzata. Un tappo a vite, grazie al suo fondello ingegnerizzato, fornisce al vino una micro ossigenazione nota e riproducibile. Caratteristiche e garanzie che stanno convincendo sempre più produttori ad adottare il tappo a vite.
Scelta che ci ha convinto per il nostro Etna Bianco, un vino che saprà mantenere eccellenti sentori di freschezza ma soprattutto affinamento nel tempo, grazie al tappo a vite l’integrità sarà ancora piu assicurata.
